giovedì 11 febbraio 2016

Agricoltura, nonni e sogni con le gambe



Nel cuore del Casentino, tra le incantevoli colline che abbracciano un paesaggio mozzafiato, ieri mattina ci ha accolto Elena Bertini una giovane imprenditrice agricola che coltiva alberi di Natale, patate, frutti di bosco e mele profumate. Elena è una delle donne che fa parte del comitato IFE della Camera di Commercio, ed è proprio lì che ci siamo conosciute qualche mese fa, quando emozionate e trepidanti presentavamo il nostro progetto.

La sua azienda, che fa vendita diretta anche attraverso la consegna delle cassette con i prodotti a casa dei clienti, è completamente a gestione familiare e vanta una storia di memoria, tramandata di generazione in generazione.

Un tempo, titolare dell’azienda era il nonno di Elena, un uomo che aveva sempre lavorato la terra, prima facendo il mezzadro e poi mettendo in piedi un’attività tutta sua. 

E’ così che cresce Elena, in mezzo alla natura e agli animali: da bambina accompagnava il nonno nelle occupazioni quotidiane, mano nella mano, osservando tutto quello che faceva e aiutandolo in piccole cose. “Io crescevo e il nonno invecchiava. Sono diventata il suo bastone, il suo appoggio”. Così, se durante la prima adolescenza Elena aveva pensato di diventare una guardia forestale, con gli anni intuisce che può dare al suo sogno una forma diversa e nel 2001 decide di rilevare l’azienda. “A quel sogno – spiega - ho messo non le ali, ma le gambe”.

Non è stato facile, perché Elena era giovanissima, gli amici non la capivano e i professionisti del settore le dicevano che non aveva il fisico adatto a questo mestiere. Questioni di genere: quello dell’agricoltura è considerato un ambito maschile. Ma l’intraprendenza, la voglia di fare e la concretezza hanno dato a questa giovane imprenditrice la possibilità di svolgere al meglio il suo lavoro, acquisendo sempre maggiori competenze e dando al suo lavoro una veste personalissima, che si rinnova continuamente.

L’azienda mantiene però la dimensione tutta familiare e quell’antico principio di reciprocità per cui si lavora tenendosi per mano e appoggiandosi l’uno all’altro.



Quando ho raccontato la storia di Elena alle libraie de La Casa sull’Albero, hanno subito pensato alla storia di Sofia (Gerda Muller, La vita segreta dell’orto, Babalibri, 2013), una bambina che, alla fine dell'anno scolastico, va a trascorrere le vacanze dai nonni. Quella che la aspetta è un'avventura faticosa ma sorprendente, perché guidata da nonno Giovanni scopre i segreti della vita di campagna, impara a curare l'orto e sperimenta quanto impegno e lavoro occorrano per portare in tavola le verdure che mangiamo. Alla fine dell’estate per lei sarà dura separarsi dalla natura e tornare in città, ma grazie al sapere dei nonni e all’esperienza fatta, deciderà di seminare, innaffiare e produrre ortaggi anche sul balcone di casa.





La vita segreta dell'orto è una storia garbata, piacevole, arricchita da osservazioni scientifiche, un glossario di termini tecnici e illustrazioni particolareggiate. Ha il merito di insegnare i segreti della natura ai più piccoli, anche a quelli che a differenza di Sofia e di Elena non vivono in campagna e vedono le verdure soltanto sui banchi del supermercato: è importante sensibilizzare proprio questi bambini alle pratiche e ai valori del mondo agricolo, per diffondere i saperi legati alla salvaguardia dell’ambiente, alla cultura del cibo e alle possibili alternative alla globalizzazione alimentare. Elena stessa ci ricorda che ciò che funziona di più è creare occasioni di esperienza diretta nelle fattorie e nelle aziende del territorio, che sono luoghi di incontro fra generazioni e culture, in cui i bambini si riapproprieranno del legame con la terra e la natura e acquisiranno il valore della manualità e della lentezza.

Conoscere la natura, ci dice infatti Gerda Muller, significa amarla, rispettarla e proteggerla:

Se per te è una gioia camminare in un bosco fresco e silenzioso, sguazzare nell’acqua limpida, osservare un volo d’uccelli al tramonto, devi sentire il dovere di proteggere queste ricchezze, in modo che la tua gioia la possano provare ancora milioni di persone dopo di te, come milioni l’hanno provata prima di te.

Quelle di Elena e Sofia sono anche storie di memoria, che ci ricordano il valore della relazioni tra nonni e nipoti. L’incontro tra generazioni che si tramandano saperi attiva un rapporto con il passato privo di retorica e ricco, invece, di freschezza e vitalità: promuove una cultura della memoria capace di stabilire significative connessioni e interazioni nel proprio contesto storico, ambientale ed esistenziale, innescando scintille preziose per lo sviluppo di progettualità future.

Anche Roald Dahl ebbe una relazione profonda con i suoi nonni. Ce ne parla in Boy, in cui ci racconta che ogni estate andava a trovare Bestemama e Bestepapa in Norvegia con la madre, il fratello, le sorelle e la tata. 

La comitiva veniva accolta calorosamente, tra baci e lacrime di commozione e la casa cupa e silenziosa si risvegliava. La nonna aveva “i capelli bianchi, il viso rugoso da vecchio uccello, sempre seduta sulla sua sedia a dondolo”; il nonno, silenzioso, sedeva in poltrona,  “portava stivaletti neri e fumava una pipa fantastica”, “era uno studioso piccolino, pieno di dignità, con un pizzetto bianco […], era astrologo, meteorologo e parlava il greco antico”. 


 Bestepapa e Bestemama con Astri, la sorella di Dahl

Vale la pena ricordare che quelle estati in Norvegia erano vacanze straordinarie, a contatto con la natura: Roald, la brigata di fratelli e la madre, a bordo di una barchetta, filavano tra gli stretti canali e le isole rocciose, immergendo le dita nell’acqua traslucida e ascoltando il clic-clic sincronizzato dei remi. Raggiungevano la loro isola segreta, e pescavano in riva al mare, facevano il bagno e giocavano. 

Dahl riprende e romanza l’aspetto autobiografico di un’infanzia trascorsa tra Inghilterra e Norvegia, nel suo Le streghe, che si svolge proprio tra questi due paesi e ha per protagonista un bambino che rimane orfano di entrambi i genitori e secondo la loro indicazione testamentaria va a vivere con la nonna, una donna vigorosa, energica e un po’ bizzarra che fuma il sigaro e sa raccontare storie bellissime:

... la adoravo (devo confessare che a volte mi sembrava di voler più bene a lei che alla mamma)... era una narratrice bravissima e le sue storie mi piacevano immensamente, ma rimasi incantato solo quando cominciò a parlare delle streghe... Troneggiava maestosa nella poltrona, riempiendola tutta e neppure un minuscolo topino sarebbe riuscito a trovare posto accanto a lei.

Charlie e la nonna si ritroveranno nel bel mezzo di un convegno di streghe, signore eleganti che si fingono benefattrici impegnate nella protezione dell’infanzia maltrattata, ma il coraggio, l’intraprendenza e la loro speciale relazione, riusciranno a ostacolare la realizzazione del terribile disegno ideato dalle streghe: trasformare in topi tutti i bambini d’Inghilterra. 




Dahl, attraverso la straordinaria figura della nonna, il suo carattere posato ma risoluto e tenace, ci mostra un modello di relazione e di educazione positivo, ricordandoci che l’amore e la cura sono più potenti delle malvagità di  cui molti adulti insospettabili - che "vivono in case qualunque, indossano abiti qualunque e fanno mestieri qualunque” - possono essere capaci.


Ilaria

martedì 9 febbraio 2016

Sogni di libertà

Questa mattina abbiamo lavorato con la classe IID della scuola secondaria di primo grado “Francesco Severi”, attorno al tema dei diritti. I ragazzi e le ragazze coinvolti nel percorso stanno già leggendo Storia di Malala di Viviana Mazza, incontreranno tra poco più di un mese Ilaria per la realizzazione di un libro fatto a mano ispirato alla storia della giovane pakistana ed oggi abbiamo iniziato con la presentazione di una bibliografia sul tema dei diritti.
Interessarsi a Malala Yousafzai significa offrire  ai ragazzi ed alle ragazze un’occasione per riflettere su temi centrali per la loro crescita, quali il diritto all'istruzione, ad esprimere le proprie idee, ad essere ascoltati, e a sognare il proprio futuro. Ed è proprio utilizzando il filo rosso del sogno che abbiamo percorso il lungo cammino dei diritti utilizzando Le carte in tavola ed. Fatatrac, soffermandoci su alcune tappe fondamentali che segnano l’evolversi storico di questo viaggio, accompagnando la lettura delle carte con la presentazione di testi che veicolano grandi sogni di libertà.  
Tommy è il giovane protagonista di Oh freedom!, che nell’Alabama del 1850, sogna di liberarsi dai negrieri e compie il suo viaggio attraverso l’Underground Railroad, dal Sud degli Stati Uniti verso il Canada. Tra pericoli e avventure, Tommy imparerà a suonare il banjo e a cantare gli spirituals di fuga, ma anche a leggere e a scrivere. Suo mentore e guida, Peg Leg Joe, che lo accompagna  in un percorso verso l’emancipazione da una condizione di subalternità sociale e non si dimentica di insegnare a Tommy l’importanza della cultura per essere davvero liberi. 
Marcus, protagonista di Fuorigioco, sogna di tirare calci al pallone come il suo idolo Mathias Sindelar, il Mozart del pallone. Siamo nella primavera del 1948, quando la nazionale austriaca gioca l’ultima partita contro la nazionale tedesca, prima della fusione delle due squadre. Sindelar si rifiuta di far vincere la nazionale tedesca e assieme al compagno Sesta, non tributa i pretesi onori alle autorità naziste sedute sugli spalti. A Sindelar non perdoneranno di aver voluto coniugare i valori sportivi con quelli sociali. Un grande esempio di un eroe dentro e fuori dal campo.
Rosa Parks condivideva il suo sogno di libertà con Martin Luther King che l’aiutò ad uscire dalla prigione, incarcerata per aver avuto il coraggio di dire NO a chi  voleva costringerla a considerarsi una cittadina di serie B. 
Ci siamo soffermati molto sulla Repubblica dei bambini animata dal dottor Korczak a Varsavia, con tanto di Parlamento, Codici, Tribunale. Una modernissima esperienza di autogestione, di condivisione delle regole, di uguaglianza di fronte a diritti e doveri: tutti potevano essere processati, adulti compresi. Un esempio per tutti noi educatori sovente pronti a giudicare i giovani, ma restii a mettere in discussione il nostro operato.
Sul finire ci siamo dedicati a Malala ed abbiamo discusso di un altro aspetto  molto importante della vita della ragazza: il  blog.  Pagine in cui Malala racconta le sue paure, i suoi sogni, mostrando a tutto il mondo il grande valore della scrittura, come documentazione della propria storia di vita e della storia con la S maiuscola.
Terminiamo il nostro racconto con un libro che trova un posto d’onore nella nostra biblioteca ideale sul sogno, Sogni di libertà, ed. Gallucci. Le definizioni più significative illustrate con la fantasia di grandi artisti provenienti da ogni angolo del mondo. Parole e immagini per avvicinare, anche i più piccoli, a questo bene irrinunciabile.

Elena, Anna, Barbara

lunedì 8 febbraio 2016

Frammenti in cartolina


Crescere è come imboccare una galleria della quale conosciamo il punto d’entrata, ma dalla quale non sappiamo quando e come usciremo. La metafora è suggerita da Silvia Vecchini, che nel suo incantevole Vetro (Fulmino edizioni, 2015) indaga delicatamente il momento di passaggio dell’adolescenza con un racconto scandito da frasi brevi, che donano al testo il ritmo della poesia e che assomigliano al palpito di un cuore.

Mi dicono che sono cambiata ma che ancora 
cambierò. E tra poco sarà tutto diverso e anch’io.
Mi sento dentro una specie di galleria. So come sono entrata, più o meno.

Non so come ne uscirò.

La lunga stagione del diventare grandi è segnata da trasformazioni profonde, che si vedono impresse nel corpo, e che, soprattutto, si sentono avvenire dentro. Crescere a volte è sentire una parte di te che non c’è eppure duole. Si riconoscono certi segnali, indizi di qualcosa che sta cambiando, e si vivono con sentimenti contraddittori: inquietudine e trepidazione, malinconia ed entusiasmo. E’ un sentire confuso, è come guardare, e guardarsi, attraverso un pezzo di vetro: 

Mio cuore
Pezzo di vetro
Guardando attraverso
Vedo un poco distorto
Quello che perdo
Quello che ho dentro
Il nuovo che sento già pronto.

La protagonista del racconto ama scrivere. Traccia parole e segni sui vetri appannati, disegna alberi sui margini dei libri e quello che teniamo tra le mani e leggiamo potrebbe essere il suo diario, il quaderno in cui annota i suoi pensieri. L’amore per la scrittura della ragazzina è certamente la radice che fa nascere l’idea di inviare una cartolina a se stessa, prima che il passaggio sia avvenuto e il cambiamento compiuto:

Non ho mai scritto una cartolina.
Me ne scrivo una, dal mare.

Nell’indirizzo metto il mio nome.
Io soltanto so che, una volta arrivata, la metterò
Via per leggerla tra qualche tempo.
(Due anni? Tre? Cinque? Quanto è lunga la 
galleria?). Ho pensato a tutto.

Perché se sarò così diversa, chi sarò?
Meglio scrivere un promemoria di chi sono adesso.

Silvia Vecchini ci mostra ancora una volta un passaggio segreto per affrontare la scrittura autobiografica e dunque oggi, a Casa Thevenin, ho proposto alle ragazze di scrivere a se stesse come fa la protagonista del libro: una cartolina per non dimenticare chi sono loro oggi e cosa sognano, cosa amano e da cosa sono spaventate.
C’è chi si entusiasma, perché ama proiettarsi nel tempo, attraversarlo e conquistarlo; c’è chi pensa di non aver nulla da dire; c’è chi ha un po’ paura e preferirebbe non farsi troppe domande e c’è chi non si fida delle domande che fai tu e, quindi, non vorrebbe dare risposte. Ma se si ha la pazienza di aspettare, quella di ascoltare, se si prova a soffiare sull’immaginazione stanca con sufficiente delicatezza e cautela, allora, alla fine, le parole usciranno dalla penna di tutte: storie di unghie laccate su mani da bambina, collezioni di draghi, frasi di canzoni appena inventate, malinconie; frammenti di vita quotidiana e sogni, come quello di diventare un fisico e, nell’attesa, tingersi i capelli di bianco per assomigliare ad Einstein. Le cartoline cristallizzano questo momento di passaggio attraverso la galleria che consente il lento, graduale migrare da una sponda a un’altra della vita, da un modo di essere a un altro. La scrittura, riflessiva e narrativa, facilita la scoperta di sensazioni e la sua traduzione in pensieri, fino anche allo sviluppo di nuove consapevolezze. 

Nel caso di queste ragazze, il promemoria dovrà compiere un doppio itinerario, lo stesso della loro doppia fatica: non soltanto queste ragazze devono attraversare la fase della crescita, ma anche percorrere la galleria verso l’uscita da quella più particolare condizione di solitudine. È una spedizione fragile e se la destinazione è il futuro, per queste ragazze non c’è neanche un indirizzo certo a cui spedire il messaggio. 

Ma conserveranno questo promemoria insieme a pezzi di vetro colorati e ad altri tesori, nelle loro cassette segrete, come faceva anche Roald Dahl, o tra le pagine di un libro. E quando raggiungeranno l’uscita dalla galleria (perché la troveranno) rileggeranno cosa hanno scritto oggi, si riconosceranno tra le righe e, commuovendosi un po’, ricorderanno com’erano e cosa immaginavano. Ripenseranno a questa giornata e soprattutto a questo momento incerto, a come l’hanno affrontato, a come hanno esplorato il mondo, a come si sono spinte ogni giorno un po’ più in là, fino a quella strada laggiù, dietro la curva, dopo i giardini, guardando coraggiosamente oltre gli ostacoli. 

Ilaria


giovedì 4 febbraio 2016

Sento che a Parigi c’è qualcuno che ci aspetta…


Amelia Donati, fondatrice di Melys
Ieri abbiamo conosciuto la storia poetica e avventurosa di Melys, pregiata azienda di maglieria aretina che sta per celebrare i sessant’anni dalla sua nascita. Negli splendidi locali di Olmo ci ha accolto Marco Sanarelli che oggi, insieme alla sorella Elena, è a capo dell’impresa: con il suo racconto evocativo abbiamo inaugurato Ad occhi aperti e raccolto così la prima tessera del nostro mosaico, una tessera preziosa come i capi realizzati e curati in ogni pregiato dettaglio dalle sapienti mani delle donne di questa azienda.


“Andiamo. Sento che a Parigi c’è qualcuno che ci aspetta…”.
Sono i primi anni Sessanta quando Amelia Donati, fondatrice dell’azienda, parte con il marito Italo per Parigi sperando di realizzare il sogno che coltiva fin da ragazzina.
Amelia è una donna creativa e fantasiosa: nata in Francia, dove ha trascorso la prima infanzia e adolescenza, rientra in Italia, ad Arezzo, a 14 anni.
Qui, ad Olmo, spinta dalla passione per la moda, nel 1956 mette in piedi il suo laboratorio: lei crea i modelli ed il marito ne cura la vendita.  Siamo negli anni del boom economico ed alcune delle grandi trasformazioni di quel momento storico riguardano proprio le donne e il loro impegno lavorativo: e con la prima vera generazione di lavoratrici nascono anche nuovi stili di vita e una diversa concezione della moda.
Ci sono speranza e intraprendenza in Amelia, ma anche genio creativo: sente che i suoi capi potrebbero conquistare il gusto del mercato francese grazie alla bellezza, vestibilità e pratica raffinatezza dei materiali. Ed infatti, con quel viaggio nella capitale della moda, la sua vita cambia. Alle Galerìes La Fayette Amelia ed Italo riescono ad incontrare il responsabile degli acquisti del reparto vendite e a mostrargli i loro capi di campionario: è un passo coraggioso e decisivo, che segna l’inizio del grande successo di Melys nel suggestivo mondo della moda. Rapidamente, in pochi anni, il piccolo laboratorio di Amelia si trasforma in impresa.
Marco Sanarelli ci ha mostrato foto suggestive, descritto generosamente le doti, le ambizioni e l’impegno di sua madre e ci ha raccontato anche il proprio personale percorso: i suoi sogni da ragazzo, la decisione di lasciare gli studi e il suo naturale ingresso nell’impresa di famiglia per imparare, con impegno, un mestiere.
La sua narrazione traccia la storia di un’azienda che, pur in continua evoluzione e con ormai più di cento collaboratori, coniuga tradizione e cambiamento e mantiene una dimensione totalmente familiare e relazioni quotidiane autentiche con i dipendenti.

Dopo questo incontro, le libraie de La Casa sull'Albero mi hanno subito mostrato alcuni albi da consigliare alle bambine che sognano un futuro professionale come quello di Amelia, libri speciali, da sfogliare coltivando propositi e aspirazioni.
Clara Button, nata dalla penna di Amy de La Haye, ama disegnare, creare oggetti e travestirsi: è la protagonista di belle avventure  magistralmente illustrate da Emily Sutton e che in Italia sono edite da Donzelli. 


La moda è la passione di questa bambina che sogna di seguire le orme della nonna Elsie, una modista che creava splendidi cappelli. Per adesso Clara applica perline e paillettes sulle proprie scarpe e realizza vestiti e copricapi per i suoi animali di pezza, rendendoli unici con i bottoni della sua speciale collezione.


Anche nella sua storia c’è un viaggio importante: in Clara Button a Londra. Una giornata magica (2012), si legge e vive tutto il fascino di una visita speciale al Victoria and Albert Museum di Londra, all’interno del quale, peraltro, l’autrice dell’albo ha a lungo curato proprio la sezione dedicata alla moda. Per raggiungere questo luogo incantevole, Clara attraversa la città tenendo per mano il lettore e passando davanti alle vetrine di negozi come Harrods, Liberty, Selfridges, Fortnum & Mason. Il Museo è pieno di tesori di ogni tipo e soprattutto… di cappelli! Ce ne sono tantissimi, dai più antichi ai più attuali, dai più stravaganti ed eccentrici a quelli più chic e minimali.
Clara, di ritorno da questa esperienza, è ancora troppo piccola per spiccare il volo come fece Amelia di ritorno da Parigi: una volta a casa, in attesa di crescere e realizzare i suoi progetti, sogna allora di giacere sulla falda dell’elegante cappello di nonna e fluttuare lieve in una singolare galassia di cappelli.



Per conoscere il mondo della moda, i più piccoli potranno divertirsi anche tra le pagine di Cenerentola. Una favola alla moda (Corraini, 2013), l’albo in cui l'illustratore e designer newyorkese Steven Guarnaccia reinterpreta la più classica delle fiabe rendendola contemporanea e regalando alla protagonista l’aspetto di Twiggy. 



Sorellastre e matrigna vestono spettacolari capi griffati e, come da tradizione, strapazzano Cenerentola, che fa le pulizie con un aspirapolvere vintage e indossa un abito dimesso. Quel sacco striminzito che porta è però impreziosito da toppe di tessuti famosi: gli scacchi di Burberry, il motivo Mondrian di Yves Saint Laurent e pregiati ritagli firmati da Sonia Delaunay, Christian Dior e Alfred De Pinna. Ai piedi di questa nuova Cenerentola si riconosce un gioiello: la Racing car shoe, la scarpa auto da corsa realizzata nel 1965 da Denziger per Herbert Levine, oggi esposta a New York al Metropolitan Museum Of Art.
Il copione è sempre quello e quindi arriva la sera del ballo: deus ex machina della storia sarà però un mago padrino con i lineamenti di Karl Lagerfeld che proporrà a Cenerentola diversi capi straordinari, tutti celebri e disegnati da grandi stilisti, fino alla scelta di un elegante abito da sera firmato Vivienne Westwood. 
La storia prosegue come sappiamo: perdita della scarpetta (un bel sandalo in Pvc a firma Miuccia Prada), ricerca della legittima proprietaria, suo riconoscimento e matrimonio.


Niente paura, rispetto alla tradizione c’è molta ironia e le giovani lettrici non si trovano di fronte a un modello stereotipato di donna, né sono incoraggiate a diventare fashion victim. Si tratta piuttosto di una storia antica che diventa un piccolo manuale di storia della moda: tra le pagine, infatti, si scovano gli stili e i capi famosi delle case di moda che hanno fatto la storia del costume, da riconoscere, giocando, nell’elegante indicizzazione che impreziosisce i risguardi dell’albo.

E se poi, dopo lo “studio”, qualche bambina o bambino volesse iniziare a disegnare una linea di moda, mi viene in mente che potrebbe procurarsi 20 modi per disegnare un abito. Indossa la tua fantasia! (J. Kuo, Logos, 2014).




Si tratta di un libro che offre spunti per esercitarsi a disegnare, con tantissimi modelli di abiti, scarpe e accessori a cui ispirarsi per firmare nuove collezioni.
Leggete, disegnate e guardatevi intorno, bambine! La passione, l'immaginazione e lo studio vi aiuteranno a realizzare i vostri sogni. Proprio come è stato per Amelia.



Ilaria

mercoledì 3 febbraio 2016

Ad occhi aperti


E’ partito oggi Ad occhi aperti. Storie di imprenditori e imprenditrici che hanno concretizzato i loro sogni, un altro filone del nostro progetto realizzato grazie al prezioso contributo del Comitato IFE della Camera di Commercio di Arezzo, di Illuminati GMM, Melys e Miniconf e con il sostegno del Centro Pari Opportunità della Provincia di Arezzo.

La nostra idea è quella di aprire una riflessione sul tema dell’imprenditoria, con particolare attenzione a quella femminile, intesa come realizzazione di grandi sogni. Abbiamo considerato come Roald Dahl abbia parlato a bambini e ragazzi di tutto il mondo attraverso le sue autobiografie, mostrando le sue radici, i suoi sogni, il suo crescere e diventare uomo e, naturalmente, le esperienze che hanno fatto di lui un grande scrittore. I personaggi dei suoi romanzi, inoltre, sono spesso bambini che, pur nella difficoltà, sanno trovare la forza e le soluzioni creative per realizzarsi, come nei libri del suo maestro, Charles Dickens.
Dahl ha scelto di soffiare sogni meravigliosi nelle vite dei più piccoli attraverso la scrittura e i bambini e i ragazzi che partecipano al nostro progetto saranno stimolati a riflettere sul tema del sogno e degli strumenti necessari alla sua realizzazione sia leggendo i suoi testi che attraverso i percorsi in classe, ma siamo convinte che potranno essere incoraggiati a immaginare il loro futuro anche ispirati da storie di vita di uomini e donne che non hanno avuto paura di provare a realizzare le proprie aspirazioni.
Creatività, intraprendenza e coraggio sono proprio le doti che caratterizzano gli imprenditori di successo, in particolare le donne: per questo abbiamo pensato di parlarne realizzando una raccolta di storie, ritratti e oggetti che raccontino come uomini e donne del territorio aretino abbiano immaginato e costruito professionalità secondo le proprie inclinazioni, capacità, sogni ed interessi.
Coinvolgere gli imprenditori del territorio per noi significa raccogliere e diffondere i loro sogni, vissuti e il loro patrimonio esperienziale, nell’ottica di valorizzare la dimensione locale dello sviluppo dell’imprenditorialità, di favorire la trasmissione di saperi tra le nuove generazioni, ma anche di sostenere il legame tra istanze etiche e poetiche.

Il materiale raccolto sarà utilizzato nell’ambito dell’evento finale del progetto: da una parte all’interno dell’allestimento tematico su Roald Dahl, con una sezione composta da  scatti fotografici, oggetti e frasi che ritrarranno le imprenditrici e gli imprenditori coinvolti; dall’altra realizzando un video-documentario, un archivio, una mappa emozionale che restituisca, attraverso interviste, le storie professionali e, quindi, la concretizzazione dei sogni di questi imprenditori. Il video documentario sarà presentato ai più giovani nell’ambito di un incontro aperto alla cittadinanza, per accendere una riflessione collettiva su quanto creatività, intraprendenza e coraggio siano proprio le virtù che consentono di realizzare il futuro professionale di ciascuno.

Ilaria e Elena

lunedì 1 febbraio 2016

La poesia nascosta


Nel nostro viaggio a Casa Thevenin inseguiamo parole, in cerca di quelle che possano esprimere chi siamo e qual è il nostro sguardo sul mondo. 
Abbiamo visto che i nostri pensieri, anche quelli che sembrano banali, goffi, impronunciabili, hanno diritto ad essere espressi, a sbocciare, a divenire occasioni di esperienza, organizzandoli in quadri simbolici e dando loro voce su carta, in forma poetica.
Dopo aver affrontato il vuoto del foglio bianco, oggi cerchiamo poesie nascoste in pagine che il tempo ha strappato a vecchi libri, ormai destinati al macero.
Il nostro compito è quello di perlustrare brani che ci ha offerto il caso, scritti che non hanno più una casa, un contesto, e poi scegliere, scovare e portare alla luce le parole nascoste, giuste per raccontare le emozioni che ci animano. Ciò che del testo originario non serve lo lasciamo da parte, lo tagliamo, lo oscuriamo.
E’ la tecnica del caviardage - dal francese caviar, cioè caviale - che consiste appunto nell’annerire, e quindi eliminare, le parti che non interessano e mettere invece in evidenza i vocaboli e le frasi che per noi sono evocativi o hanno un significato. Legate insieme, le parole scelte danno vita a nuovi componimenti.  
Quello che una volta era utilizzato come metodo di censura per coprire parti di testo giudicate immorali, oggi diventa un atto di libertà, una tecnica artistica in grado di produrre risultati sorprendenti, dal forte impatto visivo: il semplice annerimento, infatti, può trasformarsi in decorazione, le linee possono dar vita a pattern, motivi, o veri e propri disegni, anche usando colori diversi.
Da pagine scritte da altri, dunque, nascono nuovi piccoli capolavori: parole, segni e disegni si fondono, danno vita a poesie visive, che tracciano racconti di esperienze ed esprimono emozioni a volte troppo complicate da riferire a voce.

La parola poesia trova la sua etimologia nel verbo greco poiéin, che significa inventare, comporre, produrre qualcosa senza uno scopo concreto, significa fare, ma in un’accezione differente rispetto a prattein, che invece indica un fare legato all’esperienza, all’agire, un realizzare in funzione di. La poesia in effetti non è vincolata alle leggi della logica e della ragione, si esprime attraverso rappresentazioni, ci parla attraverso simboli, metafore; indubbiamente però può essere concreta e avere finalità precise.
Negli atelier, questo vale ancora di più: il pensiero, la composizione e la produzione sono imprescindibili dal fare esperienza. Chiedo di riflettere, di farlo intensamente, chiedo di produrre idee, di ascoltare il proprio personale sentire e di esprimerlo in modo simbolico. Ma l’atelier è anche una dimensione empirica, pragmatica, e mi aspetto, ambiziosamente, che ciò che sperimentiamo possa arrivare a generare effetti diretti sulla realtà, essere utile alle mie interlocutrici e produrre benessere.
Mi viene in mente un albo illustrato di  J.P. Siméon e O. Tallec, Questa è la poesia che guarisce i pesci (Lapis, 2007). Leòn, il pesce rosso di Arturo, sta morendo di noia: per salvarlo serve una poesia da regalargli. “Una po - e - sia? Ma che cos’è una poesia?” Arturo non lo sa. La cerca per casa, domandando agli oggetti del quotidiano e che però non sanno rispondergli. Il bambino non si arrende, “è cocciuto”, e allora cerca la definizione chiedendo alle persone che conosce: a Lolo, che aggiusta le biciclette e sa sempre tutto, alla panettiera, al vecchio Mahmoud che viene dal deserto, alla nonna, al nonno e persino ad Aristofane, il suo canarino, “che non ha affatto un cervello da uccellino”. Ma ognuno gli dà una risposta differente. Il pesce ormai giace come addormentato nell’acquario, tra le alghe, sotto un grosso ciottolo. “Mi dispiace Leòn, non ho trovato una sola poesia”. Arturo, rassegnato, ripete al pesce tutto quello che gli è stato spiegato, tutte le informazioni raccolte:

Tutto quello che so è che
una poesia
è quando hai il cielo in bocca,
è calda come il pane:
ne mangi e ancora ne rimane.
Una poesia
è quando senti battere
il cuore delle pietre,
quando le parole battono le ali,
è un canto di prigionia.
Una poesia
È quando rigiri le parole
Da cima a fondo
E hop!
Diventa nuovo il mondo!

Invenzione, esperienza e anche uno scopo: il collage di parole scelte e pronunciate non solo guarisce Leòn, ma regala ad Arturo la scoperta di essere poeta. Per fare poesia bisogna cercare dentro noi, in profondità, attingere al nostro sentire, al nostro vissuto e provare ad esprimerlo con le immagini più adatte.

Ilaria